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Le buone idee stanno in poco posto: la selezione basata sui fondamentali dei Cani del Dow

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Sono nati per essere fedeli all’investitori oppure perché mordono metaforicamente le caviglie del Dow Jones, incalzandone le performance? L’etimologia dei “Dogs of the Dow” può essere ambigua, ma il risultato è certo, sperimentato in oltre 30 anni di applicazione. La metodologia dei “Dogs” è del gestore americano Michael O’Higgins, pubblicata per la prima volta nel libro ‘Beating the Dow’ nel 1990. Vuol essere, nella pratica, una classica buy and hold strategy, condotta con un orizzonte temporale annuale, con un approccio sia statistico sia fondamentale.

Vediamolo in dettaglio. L’indice di partenza è il Dow Jones Industrial (nel caso statunitense, il Ftse Mib in quello italiano), per cercare di minimizzare il rischio di incappare in aziende men che solide. Dai titoli di questi indici (30 per il Dow e 40 per il Ftse Mib) si ricavano i prezzi di chiusura nell’ultima seduta dell’anno, il dividendo erogato nell’anno (depennando quindi eventuali titoli che nel corso dell’anno non avessero distribuito utili ed eventuali dividendi straordinari) e ricavando quindi il rendimento, lo yield (rapporto fra il dividendo erogato e prezzo degli stessi). La decisione di scegliere l’ultima seduta dell’anno è arbitraria, ma comoda dal punto di vista del calcolo delle performance e dei dividendi erogati dalle imprese; tuttavia nulla vieta di puntare su una data di partenza differente con l’accortezza di mantenere poi i titoli selezionati per 12 mesi.

Ordinando per yield decrescente, vengono scelti i primi dieci titoli che presentano il rendimento più elevato: questo portafoglio dei “10 dogs” è il più conservativo e il più diversificato: un alto numero di titoli porta a una minore vulnerabilità del portafoglio, in presenza di perdite da parte di uno o più titoli. Dato che il sistema tende a escludere le aziende che non erogano dividendi, e quindi in particolare le growth stock, la filosofia alla base di questa prima scelta di titoli si basa su una certa stabilità nella distribuzione degli utili da parte delle blue chip. Un elevato yield indica quindi nella generalità dei casi una certa sottovalutazione del titolo, o comunque un mercato che in quel momento non crede nella società o meglio nelle sue capacità prossime di aumentare i profitti; ma mentre i prezzi fluttuano, la volatilità dei dividendi è in genere senz’altro inferiore. I dividendi, poi, in Italia ma anche negli Stati Uniti, rappresentano un’importante fonte di guadagno sui mercati azionari (si veda il grafico relativo alle performance dell’S&P500).

Il secondo passaggio consiste invece nell’ordinare i dieci titoli prima individuati per quotazione crescente e scegliere i primi cinque, quelli cioè con il prezzo più basso. Questo perché una variazione in termini assoluti nel prezzo ha chiaramente un impatto più elevato se il prezzo è inferiore. Il portafoglio così individuato dei “5 dogs” risulta più speculativo rispetto al precedente, anche perché i titoli presenti sono la metà. Costruire il terzo portafoglio – che viene indicato come Ppp (acronimo di penultimate profit prospect) – consiste in realtà nella semplice scelta di un titolo, il secondo fra i cinque precedenti.

Questa la teoria. E la pratica? Storicamente i portafogli hanno sempre avuto performance molto interessanti, in genere superiori agli indici di riferimento (Dow Jones e Ftse Mib). E il flusso cedolare dato dai dividendi è sempre stato un piacevole intermezzo nel corso dell’anno. Di seguito i risultati dei vari portafogli nel corso del 2015 e 2016, e quelli del 2017 aggiornati a venerdì mattina 21 luglio.

Cani 2015
Cani 2015

 

 

dogs2016-ita
cani2016

 

dogs2017-ita

 

 

Performance decisamente interessanti. Tuttavia si può fare ancora di meglio con questi titoli? Certamente sì. Ad esempio movimentando un po’ di più il Buy & Hold annuale dei 10 titoli. Come? Lo vedremo nei prossimi articoli. E i risultati non deluderanno di sicuro!

 

 

 

 

 

 

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Analista fondamentale, tecnico e quantitativo, socio Aiaf. Ha lavorato come consulente aziendale fino al 2000, poi presso l’Ufficio Studi del settimanale Borsa & Finanza fino al 2012 realizzando analisi di settori e titoli, redazione di report; analisi intermarket; creazione di modelli quantitativi per asset allocation e stock picking. Nel 2013 ha cofondato il sito FinanzaOperativa.com, di cui cura i portafogli in Etf e in titoli italiani. Collabora con le principali riviste finanziarie italiane (Patrimoni, Advisor, Effe, Milano Finanza) ed è spesso ospite della trasmissione televisiva “Soldi”. È autore di un capitolo del libro “Invest in Europe Now!” di David Kotok e Vincenzo Sciarretta (ed. Wiley & Sons). Esperto di approccio risk parity, cura strategie quantitative di successo costruite con questa metodologia in etf e fondi comuni.

1 COMMENT

  1. […] Ormai da diverso tempo, su queste stesse pagine, Max Malandra tiene una rubrica su una tecnica di selezione dei titoli in base ai dividendi (ma non esclusivamente). Semplice, forse banale, ma funziona. Basterebbe adottarla per fare meglio della stragrande maggioranza dei fondi di investimento azionari sui benchmark di riferimento. O almeno così è stato in media fino ad oggi. Ecco la spiega dello stesso Max. […]

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