Il lavoro del trading: gli aspetti di cui non tutti parlano

Il lavoro del trading: gli aspetti di cui non tutti parlano

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Fare trading viene sempre più considerato un lavoro vero e proprio. Ecco alcune considerazioni che non tutti evidenziano e che possono fare la differenza.

“Di cosa i occupi? Che lavoro fai?”

“Faccio il trader”.

“Il trader che? Ossia?”.

Una dozzina di anni fa uno scambio di battute simile era la regola, tanto che io per anni con amici o conoscenti che mi chiedevano di cosa mi occupassi dopo essermi licenziato in banca rispondevo genericamente “il consulente” anche se all’epoca non era vero.

Fortunatamente a distanza di tanti anni il lavoro di trader, sia privato, che istituzionale è diventato un po’ più parte dell’immaginario collettivo anche grazie a film di successo come “The wolf of Wall Street”, talvolta anche per pubblicità ingannevoli e fuorvianti, fatto sta che tanti giovani ambiscono a fare i trader e potrebbe essere utile, viste le domande che ricevo puntualmente ai seminari, dare qualche consiglio lavorativo.

Innanzitutto distinguiamo due figure: il trader privato ed il trader istituzionale.

Fare il trader privato è affascinante ma non alla portata di tutti. Il lato affascinante del mestiere, quello che i più raccontano, è l’essere padrone di te stesso: non hai capi, puoi lavorare in qualunque parte del mondo, “basta” un pc e una linea internet; è un lavoro certamente meritocratico, non devi fare km e km nel traffico e puoi lavorare anche in pigiama ascoltando la radio. Bene: qui finiscono i vantaggi. Passiamo ai lati negativi: è un lavoro alienante, si è molto soli anche se i social network hanno in parte aiutato da un lato ad avere un contatto con gli altri, dall’altro hanno aggravato l’esistente, ossia alla fine di qualcosa si diventa schiavi: tra trading, email, skype, whatsapp, facebook e chi più ne ha più ne metta, si finisce schiavizzati dal monitor e dallo smartphone, assorbiti un un mondo virtuale a parte. Ne conseguono malanno fisici a lungo andare dati dalle troppe ore a pc: posturali (dolori alla schiena e alle spalle), tunnel carpale, cali della vista, disturbi digestivi, ecc… Complice, anzi artefice di tutto questo, è anche l’elevato livello di stress cui ci sottopone perché quotidianamente occorre cercare di ricavare dal mercato il necessario per vivere, ma poiché non esistono pietre filosofali, per quanto si sia bravi, ci sono periodi di perdita, in cui i propri metodi (meccanici o discrezionali) vanno un po’ in crisi, e in quei momenti di crisi mantenere lucidità non è facile, soprattutto se si ha una famiglia sulle spalle (mentre quando si è più giovani è un po’ più facile dal lato psicologico). Alla fine uno dei principi base per durare nel tempo è la diversificazione, che richiede discreti capitali. Ecco che spesso qualcuno arrotonda anche con la formazione che, quando è una attività accessoria, ha soprattutto un vantaggio psicologico, sapere che se dovesse arrivare una fase di perdita prolungata una entrata, anche se piccola la si avrà.

Non dimentichiamo infine che il trader privato non è un lavoro riconosciuto come tale dallo Stato, non occorre una P. Iva ma se è vero che si pagavano poche tasse (ora tra Tobin Tax, capital gain al 26% e imposte di bollo non è più così) è anche vero che non esiste tutela in caso di malattia (per cui occorre farsi polizze sanitarie e polizze vita) ne’ si pagano contributi per cui occorre pensare anche alla propria pensione.

Vista la crisi del mondo del lavoro in Italia e le tasse che hanno aggredito anche il risparmio è però sull’attività di trader istituzionale dove ricevo le maggiori richieste di informazione da parte di giovani e neolaureati.

Come si fa a fare il trader istituzionale? Domanda che mi sono posto anche io a inizio carriera. All’epoca non trovai nessuno in grado di darmi risposte convincenti, men che meno in rete, quindi spero con queste poche schiette righe di essere di aiuto a qualche giovane.

Partiamo dalla coda: il discorso è un po’ sfumato se si vuole lavorare in Italia o all’estero. In Italia avere qualche conoscenza all’interno di un istituto aiuta, la classica spintarella delle conoscenze interne aiuta ad entrare ed a scavalcare la fila dei curriculum sul tavolo un po’ dappertutto, tanto che in alcune banche (a livello di filiale) gira sempre la classica storiella che ci sia almeno un raccomandato incapace per filiale che non sa fare il suo mestiere: vengono distribuiti qua e là in modo che facciano meno danni possibili. All’estero non è così, c’è molta più meritocrazia e se si è disposti a fare una esperienza di lavoro all’estero in qualche grosso istituzionale (strada che io consiglio, soprattutto a Londra) ci sono maggiori probabilità di riuscire a rientrare in Italia dalla porta principale e senza dover avere raccomandazioni alle spalle (ammesso che poi si abbia tutta questa voglia di voler tornare). A livello di competenze l’analisi fondamentale serve soprattutto in Italia dove l’approccio macro è ancora il preferito della maggior parte degli istituti che sono old style. Si sappia però che di trading, anche per questo, ma non solo, se ne fa poco, si fa molta posizione con hedging, specie in obbligazioni, fondi, fondi di fondi, ma nelle tesorerie bancarie, fondazioni ecc… trading attivo poco (ci sono alcuni che fanno eccezioni ma mediamente le cose sono così). Negli ultimi anni ha preso piede l’analisi quantitativa anche in Italia ma spesso più per marketing che altro. All’estero invece le competenze cambiano: è importante saper programmare C#, Python, C++, Javascript, l’uso di Matlab può talvolta essere un plus, se si è fatto uno stage e si sa usare anche Bloomberg meglio ma non fondamentale; occorre conoscere la statistica, un po’ di econometria e fondamentale conoscere bene gli strumenti finanziari, l’analisi fondamentale può essere utile, quella tecnica poco, molto poco. Scrivere nel proprio curriculum che si è fatto un corso di analisi tecnica è rubare spazio a qualcosa di più importante. Per inciso nessuna piattaforma di analisi tra le più note è particolarmente utile per il curriculum, conoscere Metatrader, molto usata dai retail, è inutile a meno che non cerchiate lavoro presso un broker (esempio help desk) o piccole società di gestione specializzate sul Forex, dove invece diventa importante.

Multicharts invece è adottata da diversi istituzionali medio piccoli al pari di CQG ed eSignal. Ne consegue che le lauree più importanti sono economia e in seconda battuta ingegneria. Ovviamente il voto di laurea incide per farsi notare ma anche il tempo è importante, soprattutto per cercare lavoro all’estero dove occorre essere competitivi con persone madrelingua inglese che si laureano solitamente in tempi più brevi dei nostri.

Uno dei pochi modi esistenti per bruciare delle tappe se non si hanno gli skills evidenziati sopra è quello di farsi un track record magari partecipando ad un campionato di trading (in Italia il più noto e di lunga tradizione è il campionato ITCup (www.itcup.it). È pieno di meteore che hanno partecipato e talvolta vinto un campionato di trading ma per tre che scompaiono ce n’è uno realmente bravo (citiamo ad esempio Remo Mariani, Andrea Unger, Davide Biocchi ed altri ancora), ed è un quid in più che può attirare l’occhio di qualche datore di lavoro.

 

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Trader meccanico dal 2000. È analista quantitativo e consigliere di amministrazione di Cyber Trade, società di ricerca in ambito finanziario e produttrice di robotrader e roboadvisor per clientela istituzionale e privata. Pioniere del trading meccanico da oltre 14 anni progetta modelli di trading automatico e di gestione del rischio per advisory a clienti istituzionali (fondi, Sgr e tesorerie di banche). E' inoltre Fund Manager per una società di investment management londinese. E' autore di diversi best seller sui trading systems e sull'analisi tecnica tra cui "Trading systems vincenti", “Il manuale del risparmiatore” e "I segreti dei trading system" (2016) editi da Hoepli. Dal 2008 al 2012 è stato capo del team di consulenza e membro del cda di una Sim di consulenza. Collabora con ItConsilium.it

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